Uno sguardo a monte: gli imballaggi sono necessari?

VALLE BORMIDA – Entrando in qualsiasi supermercato, è facile rendersi conto della quantità di plastica, problema al centro di ogni ragionamento sulla sostenibilità ambientale, che circonda gli oggetti e gli alimenti che acquistiamo. A prima vista sembrerebbe esagerata, ma come in molte questioni, approfondendo si scopre che forse troppa non è o, almeno, l’impressione iniziale non si adatta a tutti i casi. La razionalizzazione degli imballaggi, infatti, è al centro delle riflessioni sul riciclo. Il Conai, Consorzio Nazionale Imballaggi, elenca innanzitutto le funzioni del packaging e principalmente “fa sì che un prodotto arrivi intatto al suo consumatore finale evitando, così, che diventi anzitempo un rifiuto”. Nel tempo l’imballaggio ha coperto diverse funzioni: strutturale (protezione e conservazione del contenuto), comunicativo (elementi di messaggio e significato finalizzati ad attrarre e informare il consumatore fidelizzando l’acquirente) e “di servizio” (creazione di imballaggi funzionali il cui uso possa essere prolungato nel tempo dal consumatore finale). L’importanza dell’imballaggio è stata riconosciuta, relativamente al settore alimentare, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, la quale afferma che “le carenze o l’utilizzo inadeguato del packaging nei Paesi in via di sviluppo comportavano, negli scorsi anni, la perdita e il deterioramento di una percentuale compresa tra il 30 e il 50% del cibo prima ancora di arrivare al consumatore finale a causa di danneggiamenti durante il trasporto e di difficoltà di conservazione dei prodotti”. In questo senso “l’imballaggio correttamente progettato e prodotto ha, quindi, una funzione essenziale nel prevenire la perdita delle risorse utilizzate produrre, coltivare, allevare o fabbricare il contenuto della confezione”; e le risorse non sono marginali. L’Istituto Italiano Imballaggio ha dimostrato che l’impatto ambientale risulta in media quattro volte maggiore di quello del relativo imballaggio. Una eventuale perdita di prodotto contenuto avrebbe, quindi, ingenti impatti ambientali con conseguente spreco si risorse”. Se diminuissimo l’imballaggio, in base a questi studi, l’impatto ambientale dei prodotti sarebbe, dunque, ben più alto.

Se la filiera del riciclo è composta da tre principali processi (raccolta differenziata, selezione e reale processo di riciclo), sono fondamentali “anche le fasi a monte (produzione) e a valle (azienda trasformatrice delle materie riciclate in nuovi oggetti)”. Diventa, perciò, importante la progettazione del packaging, pensata per incentivare il consumatore a collaborare agendo correttamente, “ad esempio rendendo completamente separabili al primo utilizzo le eventuali componenti che potrebbero interferire con le successive fasi di riciclo dell’imballaggio principale). Insomma, la plastica è un problema con cui stanno facendo i conti Stati e organizzazioni e, in molti casi, diventa difficile per il consumatore farsi un’idea chiara del ciclo dei rifiuti (complici anche gli enormi interessi del settore che, per quando riguarda il solo mercato italiano, genera un business di 11 miliardi l’anno provocando una legittima diffidenza). È possibile scegliere in modo da inquinare il meno possibile comprando prodotti freschi, preferendo la filiera corta piuttosto che la grande distribuzione e, sopratutto, comportandosi in modo civile.

Dove finiscono i nostri rifiuti?

VALLE BORMIDA – Il “porta a porta spinto” è studiato per differenziare la spazzatura che produciamo in tipologie: umido, vetro e lattine, plastica, carta e secco non riciclabile. Il materiale non riciclabile viene conferito alla discarica Ecosavona Srl di Vado Ligure mentre l’umido al Biodigestore di Ferrania. Per queste categorie di rifiuti, il Comune paga le aziende dai 100 ai 120 euro a tonnellata di materiale consegnato. Nel primo caso poiché i rifiuti non saranno più riutilizzabili e, dunque, non genereranno alcun mercato successivo, ma dovranno solo essere smaltiti. Nel secondo caso, invece, il compost prodotto e venduto richiede costi di lavorazione tali che rendono impossibile l’acquisto da parte dell’azienda del materiale compostabile. Vetro e lattine, invece, finiscono all’Ecolvetro di Cairo Montenotte che li compra al prezzo di 50 euro a tonnellata; stesso prezzo per carta e plastiche che, dopo essere stati smistati alla piattaforma e ecologica, vengono inviati nel torinese per la successiva lavorazione. I materiali per cui non paghiamo, ma che si trasformano in un’entrata al Comune vengono automaticamente scontati sulla Tari pagati da cittadini e imprese. Quindi, più differenziamo meno paghiamo.

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