Ritorno al passato e identità

Il successo arriva quando la tradizione incontra i nuovi canali comunicativi

Il ritorno alla tradizione per recuperare un’identità perduta. Gli ultimi appuntamenti sono stati sabato 11 novembre a Prunetto con la Confraternita dell’Aglio (pagina 14) e domenica 12 con la Festa dei Tecci di Murialdo (pagina 12), ma sui versanti sia liguri che piemontesi sono sempre più numerosi gli eventi che, celebrando un ritorno al passato, portano persone nei paesi e donano visibilità al territorio. Poco importa che molte manifestazioni ricordino eventi o particolarità comuni a diversa realtà: piacciono, anno dopo anno registrano un successo costantemente crescente ed enti, associazioni e cittadini che hanno avuto la lungimiranza di valorizzarli ne godono i frutti. A Bardineto, ad esempio, si è svolta a ottobre la nona edizione della Transumanza e sono costantemente in crescita i visitatori incuriositi dalla manifestazione. Le parole del sindaco Franca Mattiauda esprimono le ragioni che inducono molti paesi a intraprendere questa strada: «La Transumanza è in crescita e, pur dovendo sottostate alle condizioni climatiche autunnali, siamo molto soddisfatti dei risultati. Gli obiettivi sono, infatti, portare persone a conoscere il nostro territorio, le nostre aziende agricole e i nostri prodotti. È un richiamo turistico che si basa sulla forza delle tradizioni e sulla qualità delle nostre produzioni. A nome dell’amministrazione posso dire che l’esperimento è riuscito e che la nostra azione sarà volta allo sviluppo della manifestazione e delle sue peculiarità». Il sociologo e web marketer Claudio Gagliardino scrive: “Tornare indietro non significa rinnegare il presente, sia chiaro, ma recuperare tutto quanto il buono che c’era in un passato non troppo remoto e reinterpretarlo in chiave moderna; attualizzandolo, reinventandolo. Significa puntare sulle eccellenze locali, non soltanto in termini di prodotti tradizionali, ovviamente. Occorre dare spazio alla creatività delle nuove generazioni e fare in modo che i commercianti locali possano incontrare i talenti del territorio e far loro da apripista, mettendo in vetrina qualcosa che in altre parti d’Italia o del mondo non c’è e non può esserci, perché tipico di un artigiano o di un creativo locale. Occorre che chi vende abiti e accessori, per ragionare su uno dei settori più in crisi, smetta di riempire le vetrine con marchi commerciali sui quali non sarà mai competitivo, ma cerchi invece piccole aziende locali, che stanno morendo non per incapacità di produrre e di creare, ma perché il mercato non è in grado di assorbire i loro prodotti e di valorizzarli”. I concetti espressi si inseriscono perfettamente nella visione che guida Giampietro Meinero, presidente della Condotta Slow Food Valbormida, che ha riportato in auge l’antica coltivazione di prodotti, il moco e la zucca di Rocchetta di Cengio, parzialmente dimenticati e a rischio del completo oblio. Dichiara Meinero: «Il recupero delle tradizioni e delle culture tipiche di un tempo sono un richiamo alle valorizzazione del territorio, dei suoi saperi e sapori. Possono e devono rappresentare un volano nel campo del turismo enogastronomico, finora poco sfruttato». La ricerca dell’identità, secondo Meinero, è una metà a cui la Valle Bormida ha sempre mirato. Precisa: «L’identità valbormidese è ibrida. Anche solo dal punto di vista geografico siamo a metà tra la Liguria e il Piemonte, unendo due culture senza esserne precisamente alcuna. I prodotti tipici sono l’occasione per costituire una nuova identità e gli strumenti tecnologici permettono la divulgazione delle iniziative. Le persone sono curiose, chiedono, s’informano e vogliono conoscere. Un esempio: domani verranno a Cengio due signori di Colle Val d’Arno per acquistare semi di moco e una zucca». Il presidente SlwFood, grazie a una lucida analisi di realtà, evidenzia: «La nicchia delle tipicità non sostituisce l’industria, ma definisce un segmento del territorio che può diventare volano di sviluppo economico. Una cucina territoriale, con i prodotti De.Co della Val Bormida, a oggi almeno 7, è una scelta vincente che sulla tavola unisce cibo, cultura, coltivazione, saperi che esistevano, sono scomparsi e oggi ritornano. Le cose da fare sono molte, tra cui rinunciare ai campanilismi e costruire un coordinamento delle De.Co finalizzato all’organizzazione di manifestazioni». Come nell’agricoltura bisogna ricordarsi che in una prima fase si semina e, solo secondariamente, si raccoglie; continua Meinero: «La zucca di Rocchetta ha ricevuta, tramite decreto ministeriale, la denominazione PAT (Prodotto Agroalimentare Tipico). Il riconoscimento non porterà un ritorno immediato, ma attiverà, se continuamente nutrito, un volano». I fazzini di Bormida, i lisotti di Mallare, le castagne di Murialdo, i funghi di Calizzano e Bardineto, la tira di Cairo e il tartufo delle Valli Bormida sono esempi di percorsi intrapresi dagli enti per fornire al territorio una nuova identità. Possibilmente sostenibile e in grado di produrre ricchezza.

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