Quante zampe ha un pollo?

Viviamo in un’epoca in cui tutto corre veloce; la frenesia e la velocità sono gli ingredienti di ogni giornata e la tecnologia prende il sopravvento nella comunicazione e nell’informazione. Lo smartphone è un portale sul mondo: con un click possiamo vedere il tramonto di Santorini, le bellezze del Cile e persino l’Oceano che bagna le coste australiane. Si crea, però,  un divario fra chi vive in città e chi vive in campagna: se tutti i bambini hanno piena coscienza del cellulare già dall’età di 4 anni, non è detto che ognuno abbia presente un pollo. Ebbene sì, proprio un pollo. Si tratta  della storia, non  così assurda, che racconta Andrea Camilleri in “Racconti Quotidiani”: “Un’agenzia specializzata ha fatto un’inchiesta tra bambini romani per conoscere se sapevano come era fatto un pollo. Ebbene i bambini, compresi mi pare in un arco che andava dai 3 agli 8 anni, hanno risposto a maggioranza che il pollo non esiste allo stato naturale ma viene prodotto in fabbriche apposite, vale a dire che è artificiale. Tanto artificiale che in commercio la fabbrica ne immette di due tipi: pollo crudo ( per gli sfiziosi che se lo vogliono magari fare alla cacciatora) e pollo arrosto. C’è molta incertezza tra i bambini sul numero di cosce che ogni pollo possiede, c’è chi dice che ne abbiano sei e chi giura e spergiura che ne possiedano otto. […] L’incertezza ha poi regnato sovrana sul numero delle ali: comunque i bambini sono arrivati alla comune conclusione che in un pollo il numero delle ali è sempre inferiore di gran lunga a quello delle cosce, tant’è vero che a tavola si portano più cosce che ali.”
Camilleri prosegue e parla di “tragedia”. Come dargli torto. Il fatto che oggi un bambino di città conosca il pollo solo attraverso le confezioni acquistate insieme alla mamma al supermercato, è preoccupante. Non solo il mondo corre veloce con il rischio di perdere le tradizioni contadine, ma a breve non si conoscerà più in cosa consista la perdita.  L’Antica Fiera del Bestiame permette di valorizzare una caratteristica del territorio fonte di sostentamento. Come evidenzia uno studio della Camera di Commercio: “L’allevamento bovino rappresenta ancora la principale attività economica di vaste aree della Val Bormida e del Sassellese e risulta l’unico mezzo per garantire la permanenza attiva dell’uomo, contribuendo così al mantenimento idrogeologico e paesaggistico”. Se nelle stalle savonesi sono allevati poco meno di 4000 bovini (principalmente della rinomata razza “Piemontese”), “le tipiche condizioni climatiche e ambientali rendono il territorio dell’entroterra particolarmente adatto all’attività zootecnica”. L’allevamento è, inoltre, particolarmente utile al mantenimento e alla salvaguardia del territorio. Si legge, infatti, sempre dallo studio della Camera di Commercio: “Per allevare un capo bovino o equino è necessario coltivare, e quindi tenere pulito curando la viabilità e la regimentazione delle acque, almeno un ettaro e mezzo di superficie foraggera (15mila mq).  L’alimentazione del bestiame allevato sul territorio provinciale utilizza in massima parte i prodotti delle colture locali: fieno, orzo, mais e loro sottoprodotti tipo crusca di grano e paglia, opportunamente integrati, in base al fabbisogno degli animali”. Insomma attivando una filiera legata all’allevamento si creerebbe un circolo virtuoso in grado di aiutare l’agricoltura, i comparti zootecnico e caseario, della ristorazione e del turismo (il Km0 continua a riscuotere straordinario successo) e, perché no, dare vita a nuove specializzazioni e produzioni (l’utilizzo delle pelli, la loro concia e la conseguente manifattura).
L’allevamento in Valle è sano, segue i ritmi del bestiame, sfuggendo così alle logiche dell’intensivo. Conoscendo gli  allevatori partecipanti alla manifestazione, le storie del lavoro di ognuno di loro colpisce e apre gli occhi su una realtà spesso in ombra. L’allevatore vive con le proprie bestie, che spesso hanno un nome. Può sembrare una banalità, ma è indicativo: nelle grandi aziende i bovini sono solo numeri.
Un allevatore, ad esempio, racconta della mucca della “nipotina”: la bambina l’ha vista nascere, ha scelto per lei il nome e l’animale risponde al richiamo. C’è chi, poi,  vizia il proprio bestiame assecondando i gusti di ogni animale: ad esempio una vacca di un altro allevatore è ghiotta di pane secco. L’animale entra a far parte della famiglia, vive vicino a casa e rumina nel prato adiacente, beve l’acqua del ruscello e pascola serenamente. Nulla a che vedere con stalle immense e mucche incatenate. Questo modo di vivere ed allevare si riflette nella qualità della carne e sul rapporto venditore-acquirente che spesso si dimentica. Il macellaio che rivendendo carne di allevamenti piccoli e a gestione familiare può spiegare esattamente dove si trovi, permette a chi acquista di verificare. Il cerchio è più piccolo, probabilmente il produttore può essere il vicino di casa, o un vecchio compagno di scuola. Un mondo a portata di mano, che merita di essere conosciuto e apprezzato.

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