Mille bikers per salutare Matteo

“Così vicino, non importa quanto lontani/non potrebbe essere molto più dal cuore/ dobbiamo sempre credere in chi siamo/E non importa nient’altro. Non mi sono mai aperto in questo modo/ La vita è nostra, la viviamo a modo nostro/non è solo per dire tutte queste parole/E non importa nient’altro/Cerco la fiducia e la trovo in te/Ogni giorno per noi è qualcosa di nuovo/Mente aperta per un modo diverso di vedere le cose/E non mi è mai importato quello che sanno”. Nel silenzio le note di “Nothing Else Matters” dei Metallica duettano con i rintocchi a lutto delle campane. Un accostamento strano, quasi irreale. Ma che tocca i cuori di tutti: in quelle parole c’è la vita di Matteo Raddi. E non usiamo volutamente il passato, perchè in quelle parole continua a vivere il suo ricordo. In quel silenzio, c’è il rispetto di tanti fratelli. Per molto tempo rimarrà negli occhi di chi c’era quel nero corteo che ha attraversato via Roma. Nero di magliette e di giubbotti di cuoio, di occhiali scuri e di tatuaggi. Nero come la striscia che listava a lutto, con il nome di Matteino, le casacche degli “Steel Roses Mc”, il moto club di cui Matteo faceva parte. Guerrieri, la maggior parte di essi nemmeno più tanto giovani, anzi, che hanno scelto uno stile di vita, e lo ostentano, come una tribù, un popolo a parte. Facce da strada, barbe affilate e braccia ricamate di messaggi e disegni, che esibiscono il loro essere diversi, la loro visione di libertà. Condivisibile o meno che sia. Il popolo dei bikers, che hanno attraversato Cairo giungendo da tutta Italia e dall’estero. Ed il silenzio che li ha visti sfilare per via Roma era colmo di tanti significati: magari anche una sorta di istintiva soggezione che si mischiava al riguardo per il lutto; ma soprattutto il rimpianto di chi, pur non appartenendo a quel popolo, aveva conosciuto e voleva bene a Matteo, e il rispetto per il dolore di quel popolo così diverso che era venuto a piangere un suo fratello. Lo stesso parroco, don Mario, in un’omelia sentita, sofferta, sincera e mai banale, lo ha sottolineato, partendo dall’immagine di un biker polacco che, la sera prima, al rosario, si era inginocchiato, commosso, e aveva pianto per l’amico:«Vedendo il dolore di quel ragazzo, e chiedendomi cosa l’aveva spinto a percorrere tanti chilometri per essere qui con quella commossa sincerità; e vedendo quanti, come lui, sono qui oggi, e come lui vengono a piangere un loro fratello, perchè così lo considerano, non posso che rispondermi che Matteo aveva fatto delle scelte di vita, aveva cercato in questo modo la sua libertà. E quel suo modo di essere, quella sua strada, che ha percorso con tutto sé stesso e con una sincerità che gli viene riconosciuta da tutti, si è meritato il rispetto di chi, pur provenendo da tanto lontano, lo considerava, e lo considera, un fratello. E non è una cosa di poco conto per un uomo». Intorno al feretro, in piedi, per tutta la cerimonia, quasi a proteggerlo, e, con esso, proteggere il dolore straziante, dei famigliari, la compagna Magda, il padre Demetrio, la mamma Piera, i fratelli Matias, Erika ed Alessandro con la moglie Sabrina, gli “Steel Roses Mc” di Asti, dove era iscritto, e di Alessandria che hanno vegliato il loro fratello sino all’ultimo. Tra le note di “Forever Young” di Audra Mae, e di “Wish You Where Here” dei Pink Floyd: poesie in musica che Matteo tanto amava e che raccontano, anche, cos’è la libertà e quanto può costare. Ciao Matteino.

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