L’Anima di Lucio Dalla tra le strade di Bologna
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L’Anima di Lucio Dalla tra le strade di Bologna

Dieci anni senza l’artista bolognese che non conosce tempo e che continua a parlare di noi

Bologna, via D’Azeglio, la via dei negozi raffinati e delle luminarie sempre accese alle spalle della basilica di San Petronio e di Piazza Maggiore. Suggestiva, allegra, ossimorica, resa tale dalla frenesia dei cittadini e dalla calma attenta e curiosa dei turisti che ogni giorno, insieme, la abitano. Molti la percorrono distrattamente, con passo spedito, alcuni tengono tra le mani borse con all’interno la spesa del giorno, altri sfrecciano zigzagando con le loro biciclette, c’è chi, cellulare all’orecchio, parla di lavoro.

In questo scorrere perpetuo della vita quotidiana, fatto di intrecci analoghi a quelli in cui ogni individuo si riconosce, l’osservatore è attratto da chi, con occhi rapiti e sguardo all’insù, studia i dettagli che dividono il lastricato di pietra della strada e l’azzurro del cielo: i brevi e pochi portici, i palazzi dai colori solari con archi a decorare le finestre, le finestre stesse, incorniciate da eleganti e caratteristiche tendine rosse ma soprattutto le già citate, affascinanti luminarie, ormai tradizionali di Bologna, approntate ogni anno, proprio in via D’Azeglio, per celebrare un diverso artista, noto al grande pubblico e originario della città emiliana. “Ma girando la mia terra io mi sono convinta che”, “Cuore batticuore na na na”, “Ballo ballo” sono alcune delle frasi luminose che si possono leggere tra i tetti della via in questo 2022 dedicato a Raffaella Carrà. Lo scorso primo marzo, però, è stato ricordato un anniversario caro a bolognesi e non.

Nel 1 marzo 2022 sono risuonate nell’aria note differenti e inconfondibili che, per un pò, hanno sovrastato ogni altro elemento visivo e sonoro circostante. Si tratta delle note di Lucio Dalla, il quale in via D’Azeglio, al civico 15, viveva ed aveva la sua casa; il quale lasciava questa strada e questa vita esattamente dieci anni fa. Ma uno spirito rivoluzionario, multiforme, irriverente e ostinato, così vicino e vero, come gli occhi della ragazza di “Caruso”, non lascia orfano nessuno.

Lo sa bene un viso tra i tanti che, con minuzia, scruta il gran fermento della via, è quello di una bambina, avrà all’incirca otto anni; i genitori le stringono le mani e, insieme, indicando una simpatica ombra sulla facciata di uno dei tanti edifici, la invitano a guardare.

L’ombra raffigura un uomo minuto e possente allo stesso tempo, è di bassa statura ed è intento a suonare con vigorosa energia il suo sax tenore, sembra fluttuare nell’atmosfera trasportato da gabbiani che lo conducono in volo, ha sul capo una coppola, in volto un paio di occhialetti tondi tondi. È lui, è Lucio.

La mamma della piccola, con spiccato accento lombardo, le spiega che quella figura, accanto al balcone illuminato del palazzo, raffigura il Signor Lucio Dalla. Attraverso le sue canzoni, il nonno e la nonna si sono conosciuti e amati, hanno sognato e progettato una vita insieme quando, ventenni, durante i lunghi viaggi in macchina, inserita l’apposita audiocassetta, ascoltavano e cantavano a squarciagola le sue poesie in musica. Lucio Dalla, quel balcone illuminato, lo definiva casa, da lì si affacciava sul mondo quasi ogni mattina, da lì salutava il giorno quasi ogni sera.

In quel giorno, la finestra del balcone è rimasta chiusa in segno di rispetto per quell’anima gentile ma, in una zona poco lontana, in piazza Cavour, il luogo dove l’artista trascorse l’infanzia e i propri anni di formazione e che ispirò la composizione di “Piazza Grande”, la sua statua, a figura intera, siede su una delle tante panchine immerse in un cuore verde al centro della città.

Lucio Dalla non ha mai abbandonato la sua Bologna né lo spirito di chi è nato, cresciuto, cambiato, maturato oppure invecchiato con lui, siede ancora su quella panchina dove, sicuramente, tante volte, avrà riflettuto e creato e non è mai solo. Un via vai continuo gli tiene compagnia tra chi scatta con lui una foto, chi gli si accomoda accanto per pensare o per rilassarsi, chi lo osserva con affetto come si fa con un amico. L’artista e l’uomo ringraziano: la statua, infatti, porta in viso un sorriso sincero e sereno.

Così l’essenza di Lucio Dalla, genitrice della sua opera, si proietta al di là del tempo, in tal modo risultando costantemente attuale e portavoce di libertà e umanità in tutte le forme: dalla disibinizione, non solo in campo sessuale in senso proprio, ma anche nel trattare il tema della sessualità a parole e in musica, proponendo in particolare una figura maschile distante dal machismo tossico di cui ancora oggi si rintracciano esempi e si conoscono esponenti, un uomo preda di un desiderio non corrisposto nei confronti di una donna che, emancipata, si vede libera e rispettata nel rifiuto di quella passione in “Disperato erotico stomp”, al sogno d’amore dei due giovani “Anna e Marco”, accomunati dallo smarrimento nei confronti di un futuro incerto e lontano ma legati da un sentimento in cui credono fortemente, agli inni di pace, di uguaglianza, di giustizia, di speranza simboleggiati da “Se io fossi un angelo” e da “L’anno che verrà”.

Proprio tra le strofe di “Se io fossi un angelo”, la contemporaneità e l’attualità di Lucio Dalla si manifestano nella loro massima espressione.

Se io fossi un angelo[…]

È chiaro che volerei[…]

Andrei in Afghanistan

E più giù in

Sud Africa

A parlare con

L’America

E se non

Mi abbattono

Anche coi Russi

Parlerei

I versi sopraccitati, scritti nell’anno 1985, fanno parte di una denuncia e di una condanna più ampie, valide e indirizzabili, nella realtà odierna, contro i recenti accadimenti che hanno sconvolto la popolazione mondiale riguardanti e la caduta dell’Afghanistan nelle mani dei talebani, in soli dieci giorni, dopo venti anni di intervento militare americano e della Nato, e il conflitto in Ucraina a cui i comuni cittadini dell’Europa e del mondo assistono inermi.

Oggi, ogni individuo dotato di coscienza e di sentimento, desidererebbe trasformarsi in quell’angelo di cui Dalla scriveva e cantava. Molti hanno celebrato il decimo anniversario della scomparsa dell’artista bolognese sottolineando ciò che di lui e della sua arte manca e di cui si avvertono vuoto e assenza. Al contrario, però, il modo migliore per rendere omaggio al Lucio Dalla che si è donato agli spiriti profondi e che, per questo, aspirano ad essere il più possibile leggeri, è ricordarlo per i principi e per gli ideali che ha comunicato alla società, per le denunce che ha avuto il coraggio di muovere, per la difesa di ogni soggetto meritevole di essere definito umano, per tutto ciò che di lui non manca ma che anzi si percepisce vivere ancora, nel presente, in mezzo a noi.

Clarissa Bove

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