In principio era l’errore

«Un uomo di genio non commette errori. I suoi errori sono intenzionali e sono i portali della scoperta».

Ulisse di Joyce, nono episodio del romanzo più folle del secolo scorso: Stephen Dedalus, alter ego dellautore stesso, esordisce con questa affermazione dal sapore aforistico. Lidea di sbagliare volontariamente per il piacere di deviare da un percorso sicuro, non suona molto famigliare con il concetto di errore; anzi, rasenta la pazzia. Perché qualcuno dovrebbe sentire lesigenza di prendere una cantonata? Forse commettere uno sbaglio non porta necessariamente a conseguenze negative. Errare, si sa, significa anche vagare, e ciò non ha nulla a che vedere col malessere della disillusione, con la realizzazione del tradimento, con la paura dellesclusione. Stephen parla di quelle strade alternative che gli esseri umani più temerari decidono di imboccare, senza sapere dove andranno a finire. Il piacere dellerrore consiste nella distrazione dallordinario, e apre a chi lo compie nuove digressioni di esistenza.

Errare è un pocome salire su un treno diretto verso l’ignoto, allultimo minuto, lasciando che dubbi e speranze affollino la testa di fantasie.

Errare è anche divertirsi; etimologicamente parlando, “errare” e “divertire” sono sinonimi: il primo verbo viene dal latino errare, deviare, e il secondo dal latino divertere, volgere altrove. Un errore diventa uno sbaglio quando lo si relaziona alle idee di sicuramente giusto o di sicuramente ingiusto, ma chi definisce i limiti di questi principi? Forse la legge, forse la storia, ma a seconda del tempo e del luogo, luomo può interpretare il bene e il male in modo diverso, ristabilendo nuovi confini tra poli apparentemente opposti.

Errare è scappare dalla noia di un programma già scritto, una possibilità che salva dall’idea di fallimento. Il pensiero del fallimento, termine dedotto dal mondo dell’imprenditoria, si misura su una scala di successo di natura soggettiva; esso si insinua nella mente di colui che percepisce l’estinguersi inaspettato di un progetto personale, generando senso di rassegnazione e sconfitta. Se l’idea di fallimento ci mette di fronte a un vicolo cieco, sfruttare la nozione di errore, invece, aiuta a configurare un inciampo come un’opportunità, una porta su un percorso alternativo destinato a condurci verso insoliti lidi – se non addirittura a riportarci sulla via maestra.

Errare è rischio, anticonformismo, imprevedibilità, curiosità: se a un certo punto Dante non avesse rotto con lo Stilnovismo, oggi non potremmo leggere la Commedia; se Pietro Ferrero non avesse “sbagliato” la ricetta del Gianduia, non avremmo la Nutella nelle nostre cucine; se Lucifero non si fosse ribellato a Dio e Eva non avesse mangiato la mela, non ci rimarrebbero tante storie da raccontare.

Errare è quintessenza dellumano, chiave di lettura con cui decifrare i comportamenti di ognuno di noi.

Errare è guardare la vita quotidiana attraverso un caleidoscopio, trovarsi in un labirinto e ingegnarsi per uscirne, osservarsi in un tunnel di specchi e imparare a scegliere oggi quello che potremmo diventare domani.

Giorgia Armario

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