Il lavoro c’è, mancano le figure

Boom di iscrizioni ai licei e crollo agli istituti tecnici. I dati resi pubblici lo scorso anno si riflettono nella composizioni delle classi all’inizio dell’anno scolastico. Il dato sorprende se posto a confronto con il tasso di disoccupazione, specialmente giovanile, e con le richieste del mercato del lavoro. Sembrerebbe, dunque, che le reali richiesti delle imprese si discostino molto dalle aspirazioni di famiglie e giovani italiani. L’istituto Patetta, che include ragioneria, geometri, Itis e Ipsia, riflette il medesimo andamento e i dirigenti Monica Buscaglia e Raffaele Buschiazzo confermano l’andamento nazionale e si interrogano sulle ragioni: «Le scelte dei ragazzi valbormidesi al termine del ciclo primario segue la tendenza nazionale che non riflette assolutamente le richieste che provengono dalle aziende del territorio. Gli imprenditori chiedono diplomati tecnici, figure che abbiano sviluppato competenze specifiche e che siano pronte a metterle in pratica in tempi ragionevolmente brevi. Un esempio? Quest’anno un’azienda molto forte del territorio nel settore alimentare aveva bisogno di assumere una segretaria aziendale. Ha convocato 5 studentesse del Patetta alle quali è stato chiesto di svolgere un compito di partita doppio; la ragazza che l’ha eseguito meglio è stata immediatamente assunta, appena diplomata». L’indagine Excelsior, finalizzata a fornire una “panoramica sul mercato del lavoro e sulle professioni più cercate nel futuro”, sviluppata da Unioncamere nel 2016 ha indicato che, per il periodo 2016-2020, tra le figure professionali più richieste compaiono le professioni tecniche e impiegatizie, operai specializzati e artigiani, conduttori di impianti industriali; figure che le aziende faticano sempre più a trovare. Il lavoro, dunque, c’è solo che non si trova dove noi lo andiamo a cercare. Spiegano ancora i dirigenti del Patetta: «Registriamo nell’ultimo periodo un’inversione di tendenza: se negli ultimi anni eravamo noi a cercare le aziende per l’alternanza scuola – lavoro e per proporre i nostri studenti, oggi sono loro a contattarci chiedendo espressamente figure tecniche e professionali che, paradossalmente, facciamo fatica a fornire. Il manutentore d’impianti, ad esempio, è una figura molto ricercata e noi facciamo fatica a far partire un corso. Le aziende hanno bisogno operai specializzati e, con l’alternanza scuola – lavoro, iniziano a portare ragazzi di quarta nelle officine per poterli formare in attesa di poterli assumere». La scelta di una scuola tecnica, inoltre, non esclude l’università; infatti, spiegano Buscaglia e Buschiazzo: «Gli studenti che escono dal Patetta possiedono la preparazione adeguata, e in alcuni casi ancora più adatta, per intraprendere alcuni corsi di laurea, come ad esempio ingegneria ed economia e commercio. La stessa azienda, in alcuni casi, incentiva i dipendenti a intraprendere gli studi necessari allo sviluppo delle competenze e, dunque, dell’azienda». La scelta di una scuola tecnica non impedisce, dunque, l’ulteriore formazione, la continua specializzazione e, proprio in Italia, abbiamo un grandissimo precursore di questo metodo: Adriano Olivetti. Anche riguardo alle cause della minor attrattività degli istituti tecnici rispetto ai licei i dirigenti hanno un’idea precisa: «Molti scelgono il Liceo per una questione di prestigio, ma le cause vanno ricercate anche a monte: gli studenti delle scuole medie non affrontano prima delle superiori molte materie (diritto, economia aziendale ecc) e, dunque, tendono a scegliere scuole che portino avanti materie già affrontate. Inoltre in Italia non c’è, come ad esempio in Francia, un Ministero dedicato all’orientamento che, quindi, sia in grado di concentrarsi sulle potenzialità dei ragazzi con uno sguardo attento e vigile sulle richieste del mercato del lavoro. Infine l’informazione, maggiormente impegnata a divulgare gli aspetti negativi relativi al lavoro, non aiuta a prendere scelte ponderate. Può capitare, infatti, che la scelta di proseguire gli studi sia un mezzo per posticipare l’ingresso nel mercato del lavoro». Concludono, infine: «Questa situazione dispiace anche perché quasi dimentichiamo che l’industria manufatturiera (seconda in Europa dopo la Germania) è un grande patrimonio del nostro Paese, un’enorme ricchezza che, per mantenersi e migliorarsi, chiede figure professionali e competenze che i giovani non cercano o sviluppano».

Articoli correlati

Lascia un Commento

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.