Il demone della scrittura

Cari lettori, ritorno alla nostra rubrica iniziando a pubblicare il bel racconto di Marcello Figoni, dal titolo “La cena”. Alla fine della terza e ultima puntata ci faremo una chiaccherata sopra. Restate sintonizzati e buona lettura. La cena Prima parte Questo no… Questo ha un alone… Gesù! Devo ricordarmi di lavare meglio i flûte… Questo si, finalmente sono riuscito a trovarne uno ben pulito. Avevo paura di doverne rilavare uno degli altri; sarebbe stato seccante, terribilmente seccante. Non si può farsi attendere a lungo da un ospite tanto importante come quello che è seduto nel mio salotto… non mi sembra ancora vero, non mi sembra ancora vero che di là, seduta su una delle mie poltrone ci sia Laura, la donna che amo da una vita. Deve essere tutto perfetto, assolutamente perfetto, perché questa sarà la sera in cui riuscirò a farla mia, completamente mia; questa notte quell’amore che provo per lei da così tanto tempo, giungerà alla perfezione e alla completezza… le darò un amore che nessuno ha potuto darle mai, diventeremo un unico essere, un’unica esistenza… Ci compenetreremo… diventerà parte di me, parte integrante del mio io…della mia individualità…della mia quiddità… Prendo la bottiglia di champagne dal frigo e la alzo davanti ai miei occhi, per guardarla in controluce, come se così potessi riconoscere eventuali difetti del vino. Finita la mia ispezione infilo la bottiglia nel cestello pieno di ghiaccio. Reggendo il vassoio su una mano m’incammino verso il salotto; mentre percorro il corridoio mi sembra che il cuore mi stia quasi per schizzare fuori del petto. Il suo ritmo aumenta sempre più, fino a raggiungere una velocità impressionante, indiavolata. Mi sembra mi stia venendo un infarto… finalmente varco la porta del salotto e vedo Laura, davanti a me, seduta sulla poltrona vicina alla finestra. Vedo i suoi occhi verdi che contrastano armoniosamente con il candore della sua pelle, sembra una statua di marmo con due preziosi smeraldi afgani incastonati al posto degli occhi…tutto sembra rallentare, diventare evanescente, sfocato… tutto tranne i suoi occhi che, invece, sono sempre più luminosi, vivi, penetranti… io continuo a fissarli quasi mi avessero catturato, imprigionato, e una strana sensazione di tranquillità e pace mi avvolge, come se fossero la porta verso una dimensione incantata… anche i miei movimenti mi sembrano rallentati, come fossi immerso in uno spazio liquido, denso. Finalmente riesco a ritornare in me, uscendo dal vortice in cui quegli occhi splendidi ed inquietanti mi stavano risucchiando. Con movimenti abbastanza precisi appoggio il vassoio sul basso tavolino di legno scuro che è in mezzo alla stanza. Prendo in mano la bottiglia e la stappo, cercando di non farle fare il botto. Purtroppo le mie mani tremano troppo per riuscire in quell’operazione, così il tappo schizza fuori seguito da quello che poteva sembrare un colpo di pistola. Verso il vino nei flûte e ne porto uno a Laura. Mentre mi piego su di lei per porgerglielo inspiro profondamente, tentando di assaporare nel migliore modo possibile quel suo profumo, così terribilmente buono… così terribilmente sensuale… i suoi aromi delicati e bilanciati m’investono con impeto… li riconosco tutti nella loro armoniosa combinazione… c’è però qualcosa di sbagliato, una nota stonata che non avevo mai sentito prima, un odore dolciastro che non avevo mai sentito prima. Mi accomodo in poltrona, quella direttamente di fronte a lei e prendo ad osservarla, godendomi il suo splendore… il suo viso morbido e delicato, i suoi lisci e lucenti e corvini capelli, le curve invitanti del suo corpo ben proporzionato e tornito, fasciato ed esaltato al massimo dal vestito nero che indossa. Vederla così donna, così femmina mi fa pensare, per contrasto, al giorno in cui l’ho incontrata per la prima volta. All’epoca era solo una bimbetta d’otto anni, tonda e carinissima, che portava i capelli a caschetto ed ispirava immediatamente gran simpatia. Già allora era magnetica, non era possibile non notarla nonostante lei non facesse assolutamente niente per essere notata. Si comportava con una naturalezza estrema, quasi incredibile; era istintiva e diretta, caratteristiche che le sono rimaste poi per tutta la vita. Fin dalla prima volta che la vidi capii che quella non era una persona come tutte le altre; sebbene fossi troppo giovane per capire in che modo, mi resi subito conto che quella bambina avrebbe influito non poco sugli sviluppi della mia vita futura. All’epoca, ero solo novenne, il mio pensiero non fu così arzigogolato, ma il concetto era quello. All’improvviso mi rendo conto di essere rimasto in silenzio per molto tempo e di averla sempre fissata, forse in maniera non troppo educata, così cambio velocemente la direzione del mio sguardo, sentendo una vampata di calore salirmi lungo il collo per poi irradiarsi sulle guance. Schiarendomi la voce le dico che il mio lungo silenzio era dovuto al fatto che stavo ripensando al nostro primo incontro… Era ottobre ma un sole caldo picchiava sul mio terrazzo; io ero lì a giocare con un camioncino giallo, mentre osservavo con vorace attenzione il grande ed arancione bilico parcheggiato fin dalla mattina davanti al nostro portone. Sulla fiancata del rimorchio aveva scritto “TRASLOCHI BONFIGLIO”. In quel periodo della mia vita ero terribilmente affascinato da quei giganti della strada, credevo che i camionisti fossero al vertice della società, persone rispettate e temute da tutti. Credevo che solo persone estremamente capaci ed importanti potessero condurre quei mostri d’acciaio. Mentre ero rapito da quei pensieri e m’immaginavo a bordo di uno quei meravigliosi veicoli sentii delle voci che provenivano dal giardino dell’appartamento al pian terreno, mi affacciai dalla ringhiera e vidi due persone, un adulto e una bambina. In quel momento, come se avesse percepito la mia presenza, lei alzò la testa e, dopo avermi fissato per qualche istante con quei suoi smeraldi mi sorrise. Da quel giorno in avanti persi il mio interesse per i camion…

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