Il caso dell’infermiera killer di Saliceto fra accuse e incredulità di chi l’ha conosciuta

A Saliceto tutti la conoscevano, eppure nessuno, ora, ne vuole parlare o ha un ricordo specifico, a favore o contro il ritratto agghiacciante che l’inchiesta, e i media, le hanno dipinto addosso. Fausta Bonino, l’infermiera di 55 anni arrestata in Toscana con l’accusa di aver ucciso 13 pazienti con iniezioni killer di eparina mentre erano ricoverati nel reparto di anestesia e rianimazione dell’ospedale di Piombino, è come se fosse un fantasma, un nome da cercare sui giornali (esauriti in questi giorni), da sentire in televisione, sgranando gli occhi al pensiero “io l’ho conosciuta”, ma, al tempo stesso è un’incognita. E non c’entra solo che sono passati più di 30 anni da quando ha lasciato, poco più che ventenne, Saliceto per trasferirsi a Piombino dove, sposata con Renato Di Biagio, ora quadro in pensione delle acciaierie Lucchini conosciuto in vacanza, ha avuto due figli, Andrea e Lorenzo, uno medico e l’altro cuoco di buon livello. Non c’entra nemmeno solo che i genitori sono morti, e che i fratelli, Piermario, dentista che dopo aver aperto uno studio proprio a Saliceto ha trasferito l’attività a Bardonecchia; e Alfonsino, ingegnere che da più di vent’anni vive in Brasile, da tempo non tornano, come lei, a Saliceto. Osservando la palazzina dove abitava, in località Lorenzin, al secondo piano di quella casa gialla, un po’ triste, ora quasi inquietante, suggestionati da quanto è successo o potrebbe essere successo, nell’osservare quelle finestre chiuse, le foglie non spazzate che si rincorrono in mulinelli e fruscii che, però, sembrano sussurri… Ancora una volta si ha l’impressione di inseguire la storia di un fantasma. Ma Fausta Bonino non è un fantasma, è una donna, una moglie, una madre, un’infermiera in un reparto difficile come Rianimazione. Eppure rimane impalpabile, indecifrabile. Un killer freddo e spietato, secondo l’accusa e l’inchiesta dei Nas. Un angelo della morte che avrebbe ucciso con endovenose di eparina, un medicinale anticoagulante che, utilizzato in maniera impropria e ad alti dosaggi, può essere letale. Così sarebbero morti 13 pazienti fra i 61 e gli 88 anni: dodici per le emorragie provocate dall’eparina, una per arresto cardiaco. Inizialmente nessuno sospetta di lei, infermiera esemplare, scrupolosa, attenta. Però iniziando a incrociare i dati, tutto combacia: l’unica infermiera di turno, l’unica presenza che fa da comune denominatore alle morti sospette. Poi ci sono le testimonianze, come quella di Francesco Valli, che assisteva l’anziana madre che, dopo un’operazione all’anca avrebbe dovuto essere dimessa l’indomani: «L’infermiera mi ha guardato negli occhi, mi ha detto “Almeno così dorme”. Aveva un’espressione scocciata, frettolosa. Ha piantato l’ago nel braccio di mia madre con una tale violenza che ho protestato». Erano da poco passate le 19, alle 20,30 la donna muore. «Sono convinto di essere stato testimone del gesto che è costato la vita a mia madre», accusa Valli. L’infermiera, invece, sosterrà di aver semplicemente somministrato il tranquillante prescritto. Ma le contraddizioni dove è impossibile afferrare la verità sono molte in questa vicenda. Chi è davvero Fausta Bonino? La spietata killer, l’angelo della morte? La fredda calcolatrice che, secondo le indiscrezioni sulle intercettazioni del suo cellulare suggerisce ai carabinieri che l’hanno interrogata di far eseguire l’autopsia su una paziente, per poi rivelare all’amica: «Ho fatto finta di non sapere che era cremata, no?». Ed è solo un caso che dopo il trasferimento, nel reparto dove prestava servizio si è passati dal 20% al 12% del tasso di mortalità? Lei stessa avrebbe confidato alla sua coordinatrice «Io questi morti me li sogno di notte, non è possibile che tutte queste persone muoiano quando ci sono io». Così come lei stessa pare porsi degli interrogativi, e, al telefono con una collega, riferendosi alla sua epilessia, dice: «Ho cominciato a dire “avrò avuto mica dei momenti in cui non sapevo quello che facevo?” Ho cominciato a dubitare di me stessa, ma ti rendi conto? Poi ho detto no». Già l’epilessia, che poi sarebbe l’unica sua reale malattia, mentre si era anche parlato di crisi depressive e addirittura alcolismo, tutte situazioni che il marito ha negato con forza. è quella, Fausta Bonino, o è la persona descritta da Michele Casalis, primario di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale di Piombino, che, incredulo, la descrive come «una persona con trent’anni di esperienza, maniacale nell’attenzione al paziente, diligente e sensibile. Se verrà ritenuta responsabile mi ricrederò di tutto, ma voi tutti l’avreste apprezzata come infermiera». Così come la difende senza alcun dubbio il marito, sottolineandone la serietà, il buon cuore, che il castello accusatorio ha troppe crepe, ma soprattutto che se qualcosa si fosse rotto nel suo animo, lui, che le vive insieme da 30 anni, se ne sarebbe accorto. E allo stesso modo la difende il fratello in Brasile, che su Facebook ha ricevuto l’abbraccio incredulo e il sostegno di alcuni salicetesi con cui è rimasto in contatto. Anche se non vede la sorella da 4 anni ribadisce: «Sono convinto della sua innocenza, è vittima di un pasticcio, un capro espiatorio. è infermiera da 38 anni, dopo i tre anni di corso di formazione a Mondovì ha iniziato subito il tirocinio a Cairo (forse tra Cairo e Millesimo, visto che allora gli ospedali erano due). Amava il suo lavoro». Un tirocinio, a quanto pare, solo di una settimana, poi le ferie, l’incontro con il futuro marito, il trasferimento a Piombino. Una sola settimana o poco più: quasi impossibile che il suo passaggio sia rimasto nella memoria di chi allora lavorava in ospedale. Nessuno, infatti, anche tra i “decani” del nosocomio, ricorda quel nome, quel volto. Come se si parlasse di un fantasma. Che forse ha ucciso, che è forse è vittima di una situazione più grande di lei, ma che, comunque, per chi abita in Val Bormida, ormai è poco più di un nome sul giornale. Una che “ma io l’ho conosciuta”, ma poi non ti ricordi quasi più nulla di lei.

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