“De Musica” – Trap: la musica del diavolo?
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“De Musica” – Trap: la musica del diavolo?

Giornalisti, critici musicali, musicologi, genitori e moltissime altre persone hanno cercato di capire quale sia la natura della musica trap ponendosi delle domande e formulando dei giudizi che, nella maggior parte dei casi, sono stati negativi. Perché?

La musica trap non è semplicemente un genere musicale, ma un vero e proprio fenomeno che negli ultimi tempi si è concentrato, per lo più, tra i giovani e gli adolescenti. Tuttavia, non è di recente nascita. È stata creata e cresce nel sud degli Stati Uniti (soprattutto ad Atlanta) negli anni ’90 come sottogenere del rap. Che cosa differenzia il rap dalla trap?

La risposta è brevissima: il ritmo. La parola “trap”, dall’inglese, significa “trappola” e sta ad indicare la pulsazione di una canzone, il “beat”. Mentre nella musica rap è incalzante, nella trap risulta più dilatata. Dilatata a tal punto da permettere di scandire il testo al doppio della velocità tradizionale, di far sembrare la canzone rilassante e stressante allo stesso tempo: una vera e propria ipnosi, una trappola.

Nonostante questa prima definizione, però, il termine “trap” (“trappola”) si può anche riferire ad altri due campi: il primo è quello delle cosiddette “trap house”, cioè i caseggiati abbandonati e le piazze dove si produce e si spaccia droga. È evidente, chi entra in uno di quei circuiti, difficilmente riesce ad uscirne e vi rimane letteralmente intrappolato; il secondo è quello delle condizioni sociali, dei problemi di razza e di disuguaglianza che caratterizzano i trapper.

Pur nella diversità, i due generi conservano alcuni punti comuni. Entrambi nascono dal bisogno degli artisti di esprimere il proprio dolore, la fatica, le crudeltà che la vita ha loro riservato con un solo obbiettivo: denunciare per riscattarsi. Entrambi fanno uso di effetti sonori come l’autotune, capace di correggere i difetti vocali e di modificare l’intensità della voce fino a renderla irriconoscibile.

Quindi, se la musica trap è nata negli Stati Uniti, come ha fatto ad arrivare in Italia?

Per mezzo della tecnologia. In un mondo globalizzato dove ogni cosa è sempre più alla portata di click e la nostra vita sembra sfugga dalle mani per la frenesia, non si poteva utilizzare mezzo migliore di internet. I primi trapper italiani – come Ghali, la Dark Polo Gang e Sfera Ebbasta – hanno raggiunto il successo pubblicando sui social dei video auto-prodotti che, in poco tempo, sono diventati virali.

Seguendo l’ascesa della trap, diversi produttori e discografici hanno iniziato a finanziare questo tipo di musica. Uno di loro è Charlie Charles, che ha lavorato a canzoni come “Calipso”, hit del 2019, o “Cara Italia”, colonna sonora dello spot Vodafone nel 2017.

Nel 2019, tra i venti artisti più ascoltati su Spotify, 14 erano trapper come Capo Plaza, Fred de Palma, Rocco Hunt, Tha Supreme, Marracash, Gué Pequeno, Salmo e diversi altri.

La trap, però, raggiunge l’apice solo quando Mahmood vince il Festival di Sanremo con la canzone “Soldi”, classificandosi pure secondo all’Eurovision Song Contest. Sono state molte le critiche contro la sua vittoria, tra cui quella di ritenerla ingiusta preferendo di gran lunga l’esibizione del cantante romano, Ultimo.

Al di là delle controversie musicali, l’enorme espansione della trap nel panorama musicale, ha fatto sì che dal momento post Sanremo ad oggi, siano molti gli artisti, anche storici, a voler collaborare con i trapper. L’emergente Fabio Rovazzi, infatti, ha saputo catturare l’attenzione niente meno di Gianni Morandi e Loredana Bertè. Con il primo ha duettato nella canzone “Volare”, con la seconda ha cantato sulle note di “Faccio quello che voglio” sorretto dalla voce della salentina Emma Marrone.

Collaborazioni come queste possono sembrare insolite e del tutto nuove, invece nascondono una realtà puramente commerciale: secondo la logica del profitto, se un’artista “datato” si accosta ad uno in ascesa, avrà modo di ritornare sulla scena ed essere completamente rivalutato.

È accanto a questi artisti maschi che si collocano, poi, trapper donne. In America hanno nomi come Cardi B e Nicky Minaj, in Italia, invece, Anna, Beba, Miss Keta e Chadia Rodriguez. Quest’ultima la ricordiamo per i suoi testi mordaci, sfrontati e scurrili, ma che sanno porsi sullo stesso piano di quelli dei colleghi maschi. Nel 2020, insieme a Federica Carta, ha inciso la canzone “Bella così” per combattere il body shaming e ricordare a tutte le donne che sono uniche e belle così come sono.

Dopo questa lunga spiegazione, la trap può essere considerata musica del diavolo?

Sicuramente il linguaggio è ricco di parole volgari o troppo spinte; i videoclip, molto spesso, sono carichi di provocazioni e simboli massonici o satanici; il comportamento degli artisti può essere sfrontato e irriverente, ma se Blanco con “Mi fai impazzire” e “Notti in bianco” è riuscito ad animare l’estate 2021 per poi vincere al Festival di Sanremo 2022 con “Brividi”, vuol dire che la trap non sarà la musica del diavolo di cui tutti parlano.

Esistono diversi modi per comunicare e i trapper hanno scelto questo in particolare. Magari non otterrà successo nelle generazioni più lontane, ma sa calzare benissimo sulle più recenti.

A voi lettori il giudizio.

Anna Pregliasco

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