“De Musica” – Dialettica dei generi musicali
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“De Musica” – Dialettica dei generi musicali

In filosofia il termine dialettica indica un’indagine razionale che, attraverso il dialogo e la discussione, si propone di scoprire e svelare la verità. Ora, questo articolo non vuole di certo essere fonte di discussione per i suoi lettori e tantomeno esporre la verità circa l’origine e la divisione dei generi musicali, ma, più semplicemente, si impegna a darne una spiegazione semplice e chiara. Iniziamo subito: che cos’è il genere musicale? A che cosa serve? Potrei continuare con molte altre domande, ma fermiamoci e analizziamole da vicino.

Che cos’è il genere musicale?
Il genere musicale, come dice la parola stessa, è un genere, un carattere o una caratteristica portante che costituisce l’essenza della tipologia di musica in questione. In senso pratico, può essere un determinato suono, un particolare tipo di scrittura musicale, un preciso insieme di forme e metodi per fare musica, può fare riferimento alla strumentazione oppure al contenuto del testo musicale. Comunque sia, la risposta a questa domanda non è per niente semplice, infatti, i generi musicali, nella loro varietà, potrebbero essere paragonati esattamente ad una galassia. Una galassia infinita, sterminata, caotica. Uno dei pochi che ha cercato di portare l’ordine in essa è stato Philip Tagg. Il musicologo inglese, in seguito ai suoi studi, è arrivato alla conclusione che i tre generi principali della storia della musica siano: la musica colta, la musica popolare e la musica folklorica.
Ad esempio: la sinfonia, il concerto, l’opera, il corale, la sonata sono tutti generi che appartengono all’ambito della musica colta poiché, generalmente, richiedono un’istruzione musicale per essere affrontati. D’altra parte, invece, tutti i generi che vanno dal punk, al pop, al noise, alla polka, alla musica impegnata politicamente sono i cosiddetti generi popolari poiché si conformano maggiormente alle richieste del mercato. Proprio questa particolare caratteristica conferisce, poi, al genere popolare di contenere sia autori colti, a metà tra la musica colta e quella popolare, sia musiche etniche arrangiate secondo i gusti del pubblico. Infine, non dimentichiamoci la categoria folklorica, che contiene generi come i canti popolari e le varie musiche etniche tramandate di generazione in generazione per i musicisti che si fanno interpreti della tradizione.
Ovviamente la teoria di Philip Tagg, il suo triangolo assiomatico, ha dei grossi limiti. Egli considera la musica ancora in modo tradizionale credendo che siano la forma e la strumentazione a fare la differenza. È vero, anticamente i generi musicali indicavano che cosa si stava per ascoltare (quartetto, sinfonia, valzer, mazurca, aria, solo…), ma oggi che cosa rimane di tutto questo? Oggi i generi musicali indicano soprattutto il tipo di suono che stiano per sentire (metal, elettronica, trap, ambient…). A parte casi molto particolari come la musica da ballo che deve essere intesa prima in modo pratico che musicale, il genere non spiega più come è strutturato un brano, i vari momenti di un’opera, se il musicista ha a disposizione un solo, ma indica all’ascoltatore come esso appaia all’udito. Aggiungerei anche che i generi musicali, oggi, sono troppo generici per essere circoscritti in una tipologia ben precisa, i confini di ognuno di esso sono sempre più labili e richiedono un orecchio allenato per cogliere la sottile differenza. Si pensi che dagli anni ’50 ad oggi sono nati più di 300 generi, tenendo conto che molti di essi sono apparsi e poi scomparsi, mentre altri si sono uniti tra loro per creare forme ibride. Proprio quest’ultima affermazione mi porta a proseguire con la domanda successiva…

A che cosa serve il genere musicale?
Il genere musicale è una sorta di medium, un qualcosa che, non solo permette di distinguere un determinato tipo di musica da un altro, ma anche di guidare all’ascolto del genere che si sta per riprodurre. Tuttavia, questo medium ha un terzo potere, quello creativo. Se un autore prende il medium di un genere e lo abbina ad un altro, ne crea un terzo del tutto nuovo e ibrido. Per esempio, dall’unione tra le parti vocali dell’hip hop e quelle strumentali del funk e del rock, sono nati il rap rock, il rap metal e il rapcore. Nell’unione nasce la differenza: ogni genere, per quanto riprenda quello che gli è madre, contiene comunque delle differenze che l’ascoltatore sente come necessarie al buon funzionamento del brano o della traccia. Quando, però, il medium ibrido inizia a cambiare notevolmente rispetto alla matrice, nascono le divisioni. Il genere mutato diviene un qualcosa di a sé stante. Il Jazz, ad esempio, è il genere madre che si distingue dai suoi derivati più disparati come lo swing, il free, il fusion e altri.
Concludendo, il panorama musicale è ancora in pieno sviluppo e, nel corso degli anni, potrebbe proporre veramente di tutto. Sempre nuovi generi stanno nascendo e sempre più artisti cercano di emergere proponendo la propria musica, non dovremo tirarci indietro. Non fossilizziamoci in posizioni radicali, ambientate in un passato lontano, anzi, cogliamo da questo passato ciò che ha permesso l’evoluzione e sperimentiamo. Sicuramente non potrà piacere ogni nuovo genere proposto sul mercato, non rifiutiamolo. La musica chiede cambiamenti e, con essi, flessibilità.

Anna Pregliasco

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