Da Basquiat a Banksy la storia della Street art

La street art, espressione artistica pienamente contemporanea sia per i mezzi utilizzati sia per le superfici sulle quali si applica, ha, in realtà, origini molto antiche. Le preistoriche incisioni rupestri e la pittura murale d’esterno rispondevano alle stesse necessità spirituali, estetiche, narrative e pedagogiche. L’arte di strada, come noi oggi la conosciamo, si è, però, pienamente e precisamente definita negli anni ’80 negli Stati Uniti. Fu un fenomeno dirompente che portò ai piani alti dei palazzi dell’arte i graffitisti che, con le loro bombolotte spray, coloravano e decoravano i vagoni della metropolitana di New York o i muri dell’East Village. Numerosi artisti, proponendo una cultura di rottura e messaggi sociali contestatori dei valori dominanti, vennero, infatti, notati e ingaggiati dalle gallerie. La tendenza a produrre troppo, l’artificialità causata dal passaggio dal supporto metropolitano alla tela determinò la rapida scomparsa dei graffitisti dal campo dell’arte ufficiale. Gli unici due veri protagonisti della corrente non furono, così, i tanti outsiders che popolavano le strade della città, ma due giovani colti e ambiziosi, frequentatori della Factory di Warhol: Keith Haring e Jean-Michel Basquiat. Il primo iniziò a riempire gli spazi pubblicitari della metropolitana con la bomboletta bianca su fondo nero con cui metteva in scena bambini, donne incinte, televisori con le gambe e, in generale, figure vitali tese ad annientare il vuoto riempendolo gioiosamente. Disegnò un orologio per la Swath, divenuto presto oggetto di culto. Evidenzia Angela Vettese: “la grande comunicativa di Haring, capace di collegare il mondo dell’arte più snob ai sobborghi malfamati delle città, ne ha indubbiamente fatto il simbolo di una generazione cresciuta nel momento della liberazione sessuale, delle droghe, della musica pop, del benessere televisivo e pubblicitario, resa vulnerabile dall’assimilazione imprudente proprio di questi miti”. Non a caso Haring morì a 32 anni di Aids. Basquiat, definito come il “James Dean della pittura” per via della sua vita breve e bruciante, iniziò giovanissimo a disegnare e colorare i muri delle strade di Soho, dimostrando grande intuizione commerciale poiché la scelta di prediligere un’unica zona lo fece notare immediatamente dai galleristi del quartiere. Le sue immagini, caratterizzate da scritte, codici, figure mostruose e semplificate al massimo sembrano interpretare, seguendo ancora Vettese, “una sorta di diario sia interiore sia meramente pratico”. Le sue opere appaiono come cataloghi colmi degli impulsi che l’avevano influenzato. Fumetti, libri, personaggi storici e indefiniti output differenti sono filtrati attraverso la lente di un mix assolutamente unico e originale di graffitismo e espressionismo. Oggi la street art si fa portatrice di un forte messaggio sociale e pedagogico, il quale cerca di mostrare le contraddizioni del presente e, in alcuni casi, di fornire spazi per superarle, anche solo nei sogni e nei desideri di pace dell’artista. Tra tutti si ricorda Banksy e il suo lavoro in Cisgiordania del 2005 Si tratta di 9 interventi murali con tecniche miste sulla West Bank barrier, la barriera che separa le Terre dei palestinesi dallo Stato di Israele. Il tema che lega le raffigurazioni è la dissoluzione del muro che appare come la triste sostanza che limita la comunicazione tra due popoli. Il messaggio artistico di Banksy nel contesto del conflitto israelo-palestinese appare come un mezzo di apertura: nove varchi, nove canali creativi dominati e dettati da una speranza di pace che, anche in uno dei territori più martoriati della Terra, non muore.

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