Beccaria e Vecchioni in dialogo per Beppe Fenoglio
Speciale

Beccaria e Vecchioni in dialogo per Beppe Fenoglio

da sinistra: Beccaria, Viglietti e Vecchioni

A cura di Andrea Viglietti

Il castello di Saliceto diventa teatro di una serata culturale per il centenario dello scrittore

Lo scorso venerdì 1° luglio, Gian Luigi Beccaria, professore emerito di Storia della lingua italiana, e Roberto Vecchioni, cantautore di fama nazionale e professore di italiano, latino e greco per oltre trent’anni, si sono incontrati sul palco per conversare sull’opera letteraria di Beppe Fenoglio, di cui quest’anno cade il centenario della nascita, nella cornice del parco del Castello dei Del Carretto di Saliceto. L’evento, interamente dedicato alla letteratura e alla cultura, è stato organizzato dall’Amministrazione Comunale di Saliceto con il contributo della Fondazione CRT e di Simic S.p.a. e si inserisce nell’ambito della rassegna estiva “Parole e note in Castello”, giunta quest’anno alla terza edizione.

Durante la serata, il professor Beccaria e il professor Vecchioni hanno dialogato sui temi più cari a Fenoglio: le colline, la guerra e le parole, riflettendo su quale immagine delle Langhe emerga dall’opera dello scrittore e su cosa significhi per Fenoglio essere partigiano e combattere la resistenza. I due protagonisti hanno spiegato anche le peculiarità più significative dello stile e il legame che lo scrittore intrattiene con la letteratura classica, in particolar modo con Omero, senza far mancare considerazioni sull’importanza della cultura oggi – secondo Vecchioni, una forma di “resistenza”. Il dialogo è stato moderato da Andrea Viglietti, che ha rivolto domande ai due interlocutori per stimolare la conversazione, e ritmato da alcune letture tratte da capolavori fenogliani quali “Il partigiano Johnny” e “Una questione privata”, interpretate per il pubblico dai due attori Sofia Della Sale e Davide Diamanti.

La risposta del pubblico è stata calorosa: il prestigio degli interlocutori, protagonisti della cultura a livello nazionale, e la vicinanza geografica, temporale e affettiva di Fenoglio hanno attratto ascoltatori da Liguria e Piemonte, con chiara attestazione dell’interesse che è capace di suscitare la letteratura, lo strumento che abbiamo a nostra disposizione per conoscere e capire meglio noi stessi e il mondo.

La serata è stata preceduta dai saluti e dai ringraziamenti di ospiti di importanza politica e culturale: oltre al Sindaco di Saliceto Luciano Grignolo e al consigliere con delega all’ambiente e all’istruzione Monica Garello, a cui si deve il merito per l’organizzazione dell’evento, anche il vice-presidente reggente della Provincia di Cuneo Massimo Antoniotti e il Direttore responsabile del sito UNESCO “I Paesaggi vitivinicoli delle Langhe-Roero e del Monferrato” Roberto Cerrato. Tra le autorità “culturali”, risaltano certamente anche la Direttrice Bianca Roagna e il Presidente Riccardo Corino dell’Associazione Centro Studi di Letteratura Storia Arte e Cultura “Beppe Fenoglio” o.n.l.u.s, attualmente impegnata in un’ampia rassegna di eventi per il centenario fenogliano. Ha concluso la serata Margherita Fenoglio, figlia dello scrittore, che ha ringraziato i professori per l’impegno divulgativo e il pubblico per il suo sincero interesse verso l’opera del padre, ricordando che i romanzi di Fenoglio sono attualmente tradotti in trentacinque lingue e stanno trovando fortuna crescente in Italia e all’estero.

Una lingua nuova per un “grande stile”

A Fenoglio è stato riconosciuto da molti il merito di aver raccontato la resistenza senza retorica: la sua prosa è sempre scevra dall’enfasi ideologica che ha connotato tanta letteratura sulla guerra civile. Eppure, questo non significa che la sua scrittura sia priva di tratti salienti.

Al contrario, lo scrittore delle Langhe sembra usare la lingua italiana come nessun altro nel panorama letterario del Novecento. Lo ha posto in risalto il professor Vecchioni, soffermandosi su alcuni degli accostamenti di sostantivo e aggettivo che maggiormente attestano la sua creatività in un brano tratto da “Il partigiano Johnny”: forme innovative, come “sventurato casale” e “[l]a notte era completa”, a cui si potrebbe aggiungere anche “la sua cresta rigorosamente spenta semiaffogata nella notte”, che dimostrano la capacità di Fenoglio di evitare sia l’italiano d’uso sia quello letterario, impiegando la lingua come se nominasse gli oggetti del mondo per la prima volta.

C’è qualcosa di biblico, di profetico nel modo in cui usa le parole Fenoglio, ha osservato il professor Beccaria, che non ha mancato di ricordare che la prima stesura di quel “libro grosso” – come lo chiamava l’autore – che sarebbe diventato “Il Partigiano Johnny” era stata scritta in inglese: Fenoglio, infatti, era un anglista appassionato ed ha tradotto per diletto molte pagine di letteratura anglosassone, da cui ha appreso il miglior uso dell’inglese letterario.

Della prima stesura sono rimaste tracce in quelle successive, in lingua italiana, fino alla versione del testo che leggiamo noi oggi: ne “Il partigiano Johnny”, infatti, sono frequenti i termini in inglese intercalati nel dettato italiano, come non mancano calchi e neoformazioni costruiti con parole italiane su modello degli equivalenti inglesi. Anche questo è uno dei segreti dell’originalità linguistica del capolavoro fenogliano.

Il materiale linguistico è quindi vario e stratificato: unisce scelte lessicali inusuali e anglicismi, ma anche latinismi e dialettismi, in una lingua letteraria nuova, che prende forma, però, in uno stile serio, grave e solenne, che Fenoglio adopera tanto nella narrazione di imprese di guerra quanto nella descrizione di scene quotidiane. Un “grande stile”, come ha osservato il professor Beccaria, che ricorda quello della grande epica

Langhe di oggi, langhe di ieri: il paesaggio descritto da Fenoglio

Il legame tra Fenoglio e i luoghi dove ha vissuto e combattuto la guerra è forte non solo nella sua biografia ma anche nelle sue pagine. Sono frequenti, infatti, le descrizioni che lo scrittore dedica al paesaggio delle langhe: un paesaggio che appare sempre aspro, duro e freddo, molto diverso da quello dell’odierno turismo enogastronomico, ma non per questo meno affascinante.

Ne “Il partigiano Johnny”, “Una questione privata” e “La malora”, le colline sono restie alla presenza dell’uomo, a volte perfino ostili, impietose tanto di fronte alla fatica del contadino che lavora la terra, quanto di fronte a quella del partigiano che le attraversa in cerca di riparo. Sono le colline di un’epoca passata, prima che la domesticazione dell’uomo le rendesse meta di turismo, ma che Fenoglio ha conosciuto e che restituisce al lettore con precisione.

Alla terra si accompagna il cielo; e, con il cielo, il vento, la nebbia, la pioggia, la neve e lo stesso sole, che parimenti ricevono attenzione nelle pagine dello scrittore. Anche gli agenti atmosferici vengono descritti nella loro forza primeva, a volte simili a calamità più che ad eventi metereologici, che si ripetono ciclicamente con potenza sempre rinnovata.

Sebbene i brani in cui vengono descritti siano indiscussa fonte di piacere estetico per il lettore, il vento, la pioggia, la nebbia e la neve non sono mai oggetto di contemplazione per i partigiani. Come ha sottolineato il professor Beccaria, svolgono piuttosto la funzione narrativa dell’avversità, che ostacola (o, molto più raramente, favorisce) i partigiani nelle loro imprese.

Anche attraverso il paesaggio, quindi, la scrittura di Fenoglio sembra trasportare la guerra in un tempo ancestrale, distante dai nostri giorni, attribuendo ad essa un significato universale nella Storia umana.

L’epica della resistenza: raccontare la guerra con lo sguardo ad Omero

Sono due i modelli a cui guarda Fenoglio per raccontare la resistenza, secondo il professor Beccaria: il cinema americano – in particolare quello western – e Omero. Epica contemporanea, il primo; epica classica, il secondo: ma, in entrambi i casi, di epica si tratta. Dal cinema western, Fenoglio trae situazioni e scene tipiche; da Omero, certamente anche situazioni e scene, ma più significativamente un fraseggiare serio, a volte grave, sempre privo di affettazione, e l’eterna contrapposizione di due fazioni in un conflitto irriducibile.

Come entrambi i professori hanno sottolineato, infatti, non c’è dubbio che “Il partigiano Johnny” racconti lo scontro tra partigiani e fascisti nelle langhe durante la Seconda Guerra Mondiale, ma, al tempo stesso, quello specifico conflitto diventa epitome di ogni conflitto nella storia dell’umanità e le langhe stesse appaiono un microcosmo che rappresenta l’intero macrocosmo che è il mondo. La storia che Fenoglio racconta smette di essere unicamente quella di Johnny e si apre ad una portata universale.

D’altronde, il professor Beccaria e il professor Vecchioni si sono trovati d’accordo nel riconoscere che nelle opere di Fenoglio non si parla mai solo di guerra e di paesaggio, che pure sono i temi più importanti. L’orizzonte è più vasto: si tratta di amore e di morte, ma anche di maternità, paternità e amicizia; si tratta di lealtà, di impegno, di libertà; nel complesso, si tratta dell’esistenza umana in tutte le sue sfaccettature. Ed è proprio questa tensione totalizzante che eleva l’opera di Fenoglio al livello della grande epica.

Johnny come Ettore: un eroismo riservato

Fenoglio riconosce al suo protagonista, Johnny, una “congenita, Ettorica preferenza per la difensiva”. Il riferimento è ad Ettore, l’eroe che nell’Iliade difende Troia dall’assalto dei Greci. Allora viene spontaneo domandarsi: se c’è sicuramente qualcosa di Omero in Fenoglio, c’è anche qualcosa di Ettore in Johnny e nei partigiani?

Secondo il professor Vecchioni, la risposta è affermativa. Non solo, infatti, i due personaggi sono accomunati dal combattere per difendere la terra in cui sono nati e cresciuti da un nemico percepito come estraneo, ma condividono anche un eroismo umile e riservato – l’eroismo di chi fa ciò che deve essere fatto senza ricercare l’esaltazione di sé.

Allo stesso modo, inoltre, secondo il professor Vecchioni c’è anche un aspetto che avvicina i militari fascisti ad Achille, l’avversario di Ettore: è l’arroganza, nella sua duplice forma di culto dell’apparenza e smania di prevaricazione. Ancora una volta, quindi, la guerra raccontata da Fenoglio assurge ad un valore archetipico: i partigiani contro i fascisti, come i troiani contro i greci prima di loro, diventano simbolo di uno scontro valoriale tra riserbo e tracotanza, difesa e aggressione.

Ma c’è anche un’altra caratteristica che accomuna il partigiano Johnny ed il troiano Ettore, ha affermato il professor Beccaria: la tenerezza. Il professore ha citato la famosa scena dell’Iliade in cui l’eroe dell’epica classica saluta la moglie e il figlio sulle porte Scee prima di scendere in battaglia, osservando come la stessa attenzione la dimostra anche Johnny, quando, in un giorno di neve, si ferma a guardare i bambini giocare e si augura che dimentichino presto la guerra una volta arrivato il “mondo di dopo”. A loro affida le sue speranze per un futuro più roseo, che sente di avere poche probabilità di vedere.

Partigiano parola assoluta e la laurea postuma

Partigiano è, sarà chiunque combatterà i fascisti”, afferma il professor Chiodi nel romanzo “Il partigiano Johnny”. A lui si aggiunge il professor Cocito, precisando che “partigiano, come poeta, è parola assoluta, rigettante ogni gradualità”. O lo sei, o non lo sei, ha spiegato Vecchioni: non c’è via di mezzo.

Johnny lo ha testimoniato con le sue scelte: verso la conclusione del romanzo, dopo che un’ampia offensiva fascista ha mandato allo sbando la maggior parte delle formazioni partigiane nei dintorni di Alba, il protagonista deve sopravvivere all’inverno senza un riparo stabile in attesa di riunirsi ai suoi compagni il 31 gennaio. Un mugnaio gli suggerisce di nascondersi in casa di alcuni parenti e di restare lì fino a guerra finita, altrimenti rischierebbe di non sopravvivere. Ma Johnny risponde: “Mi sono impegnato a dir di no fino in fondo, e questa sarebbe una maniera di dir di sì”.

Avrebbe potuto dire Chiodi: “Partigiano è, sarà chiunque si impegni a dir di no ai fascisti”, perché in queste parole si trova il vero significato dell’essere partigiano. Ma non a “dire di no” semplicemente: a dire di no fino in fondo. A tal punto, che anche una scelta facile e apparentemente neutra come restare nascosto fino a guerra finita dopo aver militato tra i partigiani per oltre un anno sembra a Johnny una forma di consenso. Ed è in questo senso, che partigiano è parola assoluta.

Ma dire di no in nome di cosa? La risposta si trova in una parola che Fenoglio usa sorprendentemente di rado: la libertà. La libertà di cui Johnny non riconosce gli attributi mai tanto intensamente come quando cammina sulle colline e si sente avvolto dal freddo e sospinto dal vento.

Non è un caso, poi, che la definizione di partigiano sia offerta a Johnny dai professori Cocito e Chiodi, che sono stati rispettivamente i professori di italiano e di filosofia di Fenoglio al liceo di Alba. Lo scrittore, infatti, non ha mai ultimato gli studi universitari: gli anni più importanti per la sua formazione intellettuale, morale e civile, sono stati gli anni del liceo, proprio per merito di Chiodi e di Cocito.

La laurea, era solito dire Fenoglio, glie l’avrebbero portata a casa per i suoi libri. E così è stato: il 10 marzo 2005, sotto una proposta del Centro Studi di Letteratura, Storia, Arte e Cultura “Beppe Fenoglio” o.n.l.u.s. portata avanti dal professor Gian Luigi Beccaria, allora Presidente del Comitato Scientifico del Centro Studi, l’Università degli Studi di Torino ha conferito allo scrittore una Laurea honoris causa in lettere, come riconoscimento postumo per il suo contributo alla lingua e alla letteratura italiana.

Foto: Gianni Torre

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

X