Astrologia e counseling – parte 1

Abbiamo già trattato, seppur in modo superficiale, il tema astrologico. Associando l’astrologia al counseling mi sembra per lo meno doveroso andare ad individuare le eventuali sinergie che si possono presentare. Parto dal concetto che non credo affatto al condizionamento che può interessare la nostra personalità ed il nostro destino e che questo possa poi derivare dalla posizione degli astri nel cielo e dai loro transiti. Ma allora perché l’astrologia funziona? Prendo spunto e chiedo aiuto al testo di Roberto Sicuteri ” Astrologia e mito”. Ecco un passaggio significativo : ” non sono gli astri che hanno un potere diretto, ma il potere è sprigionato dalle attribuzioni simboliche che l’uomo conferisce agli astri ed alle costellazioni, posizionate sulla Carta Natale”. 

Certamente il mito o l’archetipo, rappresentano una forma molto importante di comunicazione. Una forma profonda il cui utilizzo avveniva già nella Grecia antica, nella civiltà dei sumeri per non parlare delle civiltà orientali. Ancora un mio parere sull’astrologia. Come per il counseling, io considero la disciplina astrologica come una relazione di aiuto e quindi come l’espressione della capacità di ascoltare per permettere al consulente di mettersi a disposizione del consultante e costruire con lui la strada del cambiamento. Facile comprendere quindi che parlare di astrologia riferendoci a personaggi fa bene alla pratica astrologica. Se invece, davanti alla Carta Natale, si costruiscono una serie di incontri, risulta molto più probabile arrivare a comprendere la personalità del consultante, alcuni suoi disagi e soprattutto individuare le motivazioni e le potenzialità che il cliente può mettere in atto per superare gli impasse che si presentano nella sua vita. Le similitudini con le pratiche di counseling sono evidenti. Qual’è quindi il valore aggiunto dell’astrologia? Prima di provare a dare una risposta a questa semplice domanda, chiediamo aiuto ed andiamo ad attingere ad alcuni principi della psicologia analitica di Carl Gustav Jung. Il valente studioso riteneva che la personalità si potesse scomporre in quattro elementi che ovviamente interagivano continuamente tra di loro.

L’Io, considerato come la nostra mente cosciente. L’inconscio personale costituito da quelle parti della personalità troppo deboli per emergere ma che giocano un ruolo importante come ad esempio il complesso materno. Altre correnti di pensiero psicologico hanno affrontato queste tematiche, cito ad esempio la teoria di Bowlby e del suo Modello Operativo Interno che deriva proprio dai condizionamenti materni, o per dirla con un termine più suo, dai condizionamenti che il care giver ha passato al bambino nei suoi primi anni di vita. Condizionamenti che nient’altro sono se non il bagaglio dell’inconscio personale. Come terzo elemento Jung considerava l’inconscio collettivo. Un inconscio che si basa sull’accumulo collettivo delle esperienze di genere. Quindi ognuno di noi contribuisce ad arricchire o comunque ad alimentare questo tipo di inconscio e come conseguenza in qualche modo ne veniamo condizionati. E qui si sprecano i riferimenti ad archetipi ed a simboli. Come si possa creare questo inconscio ci può essere spiegato dai concetti di mente estesa e di risonanza morfica. Concetti che saranno oggetto di un articolo dedicato e che possono condurre lontano. Cioè, diamo una breve anteprima, con l’aiuto della meccanica quantistica e delle nuove scoperte neuropsicologiche possono condurre a condizionare la nostra biologia. In modo negativo a peggiorare il nostro benessere ma in modo positivo anche ad ottenere miglioramenti se non a guarire da determinate patologie. 

E.C.

(Continua sul nostro periodico in edicola)

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