Anniversario di Fred Buscaglione
Cultura

Anniversario di Fred Buscaglione

La sua città natale lo ricorda con manifestazioni, mostre ed eventi, ma anche Ferrania avrebbe ottimi motivi per celebrarlo. Il grande Fred tenne al cral un memorabile concerto il 29 giugno 1959.

“…e nell’alba disperata, sarà triste rincasare per attendere la notte e poterti ritrovar nel mio cielo popolato di bar” così cantava Fred Buscaglione quasi presagio della sua prossima fine, in un’ultima struggente lirica “Cielo dei bar” incisa poche settimane prima del tragico incidente stradale che, all’alba del 3 febbraio 1960 a Roma, se lo portò via a soli 38 anni. Era all’apice di un successo strepitoso, che nel giro di pochi anni, dopo una lunghissima gavetta, lo avevano trasformato nell’artista più ricercato, amato e applaudito di tutto il paese. Già perché il grande Fred, trasmetteva in tutti coloro che lo ascoltavano una carica travolgente di simpatia, oggi diremmo anche empatia, per l’originalissimo modo di inventare e interpretare storie di vita quotidiana che magistralmente rivestiva di ritmo e swing. I suoi brani erano paradossalmente scritti quasi più per essere veduti che cantati. A nessuno veniva in mente di ballare. Tutti si fermavano entusiasti ad ascoltare. Un talento naturale trasmessogli dalla madre Teresa, maestra di pianoforte. Il Conservatorio torinese di Piazza Verdi che frequentò per breve tempo gli andava però stretto e i diversi strumenti che era in grado di suonare magistralmente dal piano, al contrabbasso, dalla tromba, alla fisarmonica, fino a eccellere nel violino, li apprese da autodidatta.
Una sorta quindi di antesignano showman, mattatore, attore, polistrumentista, che legava indissolubilmente il suo atipico personaggio alle surreali vicende che raccontava.
A metà anni ‘50 il panorama della musica leggera italiana era a dir poco deprimente. Si gorgheggiava su motivi insulsi, anacronistici e infantili. I temi ricorrenti trattavano di “binari tristi e solitari, con legami amorosi e morbosi avvinti come l’edera, portati via dalla furia del vento che pace non ha, che davano il buongiorno alla tristezza amica della malinconia, o di casette piccoline in Canadà con tanti fiori di lillà” e via cantando con altre stucchevoli amenità. Ed ecco in questa desolante realtà, irrompere sulla scena l’esuberante freschezza armonica di Fred, che in una fortunata simbiosi con l’amico Leo Chiosso, inarrivabile e geniale autore-paroliere di tutte i suoi brani, danno il via ad una vera e propria rivoluzione copernicana della classica melodia all’italiana.
Brani come “Che notte”, “Eri piccola così”, “Che bambola”, “Teresa non sparare”, e ancora “Ciao Joe”, “Whisky facile”, “Porfirio Villarosa”, “Il dritto di Chicago” ed altri evergreen da “Love in Porto” a “Guarda che luna” fulminarono letteralmente e in modo traversale ogni ceto sociale dell’Italia che stava conoscendo l’esaltante epopea della Dolce vita, con l’escalation dell’effimero boom economico. E per Fred fu un vero plebiscito. Si calò così nel personaggio del gangster americano facendosi crescere un paio di baffetti alla Clark Gable, presentandosi in scena in doppiopetto gessato e cappello a larghe falde, col bicchiere di whisky nel taschino della giacca e l’immancabile sigaretta a lato della bocca. Un duro scanzonato e ironico che “se c’è zucchero da fare, sa rischiare, ma che non sa resistere al fascino di splendide pupe mantenute a latte, burro e marmellata, così mentre lui cerca di fare ‘il grano’ col tressette loro finiscono per mandarlo letteralmente sul pavé”.

Ogni suo disco arrivò a vendere milioni di copie. Divenne richiestissimo. Gli impresari dei più importanti locali notturni e sale da ballo, della nascente Televisione italiana e del Cinema, se lo contendevano a fior di milioni. Con gli Asternovas, il suo gruppo di valenti musicisti, prese a fare tournée in tutta Italia e non solo. Impossibile non notarlo quando si spostava da una città all’altra a bordo di una vistosa Ford Thunderbird rosa da lui definita “Criminalmente bella”. Stessa auto con la quale giunse il 29 giugno del 1959 a Ferrania invitato per i festeggiamenti patronali di San Pietro e Paolo, dall’attivissimo comitato del Cral locale. “Era l’uomo dal whisky facile, dalla voce rauca bruciata dal fumo e dall’alcool, ma prima di salire sul palco mi chiese in piemontese, un boccale di grappa che mandò giù, come fosse minerale.” Così ricordava quello storico avvenimento Emilio Bono, a lungo dirigente del Circolo ricreativo, che anni fa ebbi occasione di intervistare e raccoglierne la testimonianza.
Lasciò il paese accompagnato dall’affascinante moglie libanese, Fatima Robin’s, con la promessa di tornare l’anno dopo, a bordo appunto della favolosa fuoriserie. Auto con la quale si scontrò all’alba del 3 febbraio 1960 contro un camion carico di porfido, mentre rientrava in hotel dopo aver trascorso la notte esibendosi in un night di via Margutta a Roma. Il suo ultimo film uscì postumo con il titolo “Noi duri” ed ottenne immediatamente un enorme successo, restando in programmazione per mesi.
Aveva preso impegni che lo avrebbero occupato fino a due anni dopo la morte.
Oggi la mitica palazzina del dopolavoro, risalente al 1936 (così in era fascista, si chiamavano i locali di aggregazione sociale post lavoro) realizzata per l’intrattenimento e lo svago di dirigenti e maestranze dello stabilimento Ferrania ma non solo, dall’inconfondibile stile littorio, conforme ai dettami architettonici del regime, versa in uno stato di deplorevole degrado, incuria e abbandono. Muta testimone di memorabili eventi, della spensieratezza e dell’allegria degli interminabili veglioni, dei grandi personaggi del mondo musicale e teatrale che ne hanno calcato il palcoscenico, restano solo melanconici, nostalgici ricordi che lo scorrere del tempo va inesorabilmente cancellando. Sic transit gloria mundi!

Vanni Perrone

 

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